Generale Panizzi: “La prima difesa di una democrazia è il pensiero critico”

1 month fa scritto da
img

L’autore del saggio “Difesa è Libertà” spiega ad Armymag perché sicurezza, pensiero critico e cultura della difesa sono oggi le vere armi delle democrazie. “La libertà non è un bene acquisito: va difesa ogni giorno”.

«Oggi non si difendono soltanto i confini. Si difendono le menti, i valori, la memoria e la libertà». È il filo conduttore di Difesa è Libertà, l’ultimo libro del generale Massimo Panizzi, protagonista di una lunga carriera nelle Forze Armate e da sempre impegnato nella diffusione della cultura della difesa. In occasione della presentazione del volume a Palazzo Medici Riccardi, Panizzi ha incontrato Armymag, affrontando i grandi temi della sicurezza contemporanea: guerra cognitiva, informazione, ruolo delle Forze Armate, educazione civica e difesa europea.

 Generale, nel suo libro sostiene che oggi il vero campo di battaglia non sia più il fronte ma la mente dei cittadini. Perché?

«Più che i nostri confini e le nostre case dobbiamo imparare a difendere le nostre menti. Oggi serve un popolo resiliente, capace di pensare con la propria testa. Io lo definisco pensiero critico: la capacità di non lasciarsi contaminare dalla guerra cognitiva, dagli algoritmi e da quel flusso continuo di informazioni che rischia di impedire alle persone di riflettere autonomamente. La prima forma di difesa è proprio questa: allenare la mente».

 Lei parla di “torpore”. L’Occidente si è assuefatto ai problemi?

«Sì. Ci siamo assuefatti alle immagini delle guerre, alla violenza, ma anche al degrado delle nostre città. Finiamo per considerare normale ciò che normale non è. È questo torpore che mi preoccupa: quando un popolo smette di difendere i propri valori, la propria memoria, la propria identità e perfino le proprie tradizioni, allora una democrazia rischia di indebolirsi».

 Viviamo sommersi dalle informazioni. Come possiamo distinguere il vero dal falso e difenderci dalla guerra cognitiva?

«Bisogna imparare a fermarsi e riflettere prima di reagire. Oggi riceviamo una quantità enorme di informazioni e spesso rispondiamo d’istinto, guidati dall’emotività. Invece occorre verificare le fonti, comprendere il contesto e costruirsi un’opinione basata sui fatti. È qui che scuola e informazione svolgono un ruolo decisivo: devono aiutare i cittadini, soprattutto i giovani, a sviluppare il pensiero critico».

Nel dibattito pubblico si richiama spesso l’articolo 11 della Costituzione. Lei insiste anche sull’articolo 52. Perché?

«Perché esiste un equivoco di fondo: si tende ad associare la difesa alla guerra, quando invece è esattamente il contrario. La difesa serve a impedire la guerra e a creare le condizioni della pace. Senza difesa non esistono libertà, istruzione, sanità, sviluppo economico. L’articolo 52 ci ricorda che difendere la Patria è un dovere di tutti i cittadini, non soltanto di chi indossa un’uniforme».

Lei scrive che la pace nasce dal basso. Cosa può fare concretamente ogni cittadino per contribuire alla sicurezza e alla pace?

«Chi ricopre ruoli di responsabilità deve favorire la comprensione dei fatti e rafforzare la fiducia nelle istituzioni. Ma il lavoro più importante si fa nella scuola. Occorre recuperare una vera educazione civica e aiutare gli insegnanti a formare cittadini liberi, consapevoli e capaci di sviluppare un autentico pensiero critico. La pace non nasce soltanto dalla diplomazia: nasce anche dalla qualità delle persone che una società riesce a formare».

Quanto abbiamo perso, dal punto di vista culturale, con la sospensione della leva militare?

«La professionalizzazione delle Forze Armate era inevitabile, perché oggi servono militari altamente specializzati. Tuttavia la leva rappresentava anche una scuola di cittadinanza: insegnava il rispetto, la convivenza, il senso del bene comune. Oggi dobbiamo trovare altri strumenti per trasmettere questi valori ai giovani».

 Lei parla del “soldato italico”. Qual è la qualità che distingue il militare italiano?

«Dopo aver operato in Afghanistan, Iraq, Bosnia e Kosovo, ho maturato una convinzione: il soldato italiano sa coniugare professionalità e umanità. Sa usare la forza quando è necessario, ma sa anche comprendere le persone e il contesto in cui opera. È una caratteristica che all’estero ci viene riconosciuta e che rappresenta uno dei punti di forza delle nostre Forze Armate».

Nel libro sostiene che il potere debba essere servizio. È questa la vera leadership?

«Assolutamente sì. Chi esercita un ruolo di comando deve mettere il proprio potere al servizio della comunità, non del proprio interesse personale. La leadership significa assumersi responsabilità, prendere decisioni anche difficili e soprattutto testimoniare con l’esempio i valori che si vogliono trasmettere».

Dall’Ucraina al Medio Oriente fino all’Indo-Pacifico, lei descrive un “mondo disordinato”. Qual è il rischio che gli italiani non hanno ancora compreso?

«Che ogni crisi internazionale ha conseguenze dirette sulla nostra vita quotidiana. Oggi un Paese può essere colpito senza sparare un colpo: basta bloccare infrastrutture digitali, reti energetiche, sistemi bancari o comunicazioni. La sicurezza riguarda tutti e non soltanto chi porta un’uniforme».

L’Europa è pronta a costruire una vera politica comune della difesa?

«Prima ancora di una difesa comune serve una politica estera comune e soprattutto una chiara identità europea. Solo quando sapremo definire quale ruolo vogliamo avere nel mondo potremo costruire una vera politica della sicurezza e della difesa».

Lei parla di “cultura della difesa” e perfino di “difesa della cultura”. Che cosa significa?

«Significa comprendere che oggi non difendiamo soltanto i confini. Difendiamo la memoria, i valori, il patrimonio culturale, il cyberspazio, le infrastrutture e perfino il nostro modo di vivere. Per questo sostengo che cultura della difesa e difesa della cultura siano due facce della stessa medaglia. Se perdiamo la memoria storica, perdiamo anche la consapevolezza del valore della libertà».

Se un ragazzo di vent’anni le chiedesse quale sia la lezione più importante che ha imparato in oltre quarant’anni di servizio, cosa gli risponderebbe?

«Gli direi di imparare a lavorare con gli altri. Nella mia esperienza di comandante ho capito che il valore più importante è costruire una squadra, valorizzando persone diverse e trasformando le differenze in una ricchezza. È così che nasce una vera comunità. Ed è anche così che si costruisce la pace: formando cittadini liberi, consapevoli, capaci di pensare con la propria testa e di assumersi la responsabilità del bene comune».

Il libro “Difesa è Libertà” è disponibile sulle principali piattaforme editoriali online. Nel volume il generale Massimo Panizzi propone una riflessione sul rapporto tra sicurezza, libertà, cittadinanza e responsabilità individuale, sostenendo che la difesa non sia soltanto un compito delle Forze Armate, ma un patrimonio culturale che coinvolge l’intera società.

Democrazia è libertà Massimo Panizzi

Un momento della presentazione del libro Democrazia è Libertà

Shares 0
Article Tags:
Article Categories:
Eventi · Terra
img

Comments are closed.

0 Shares
Share
Tweet