FP-45 Liberator, le armi della seconda guerra mondiale

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FP-45 Liberator, la pistola per i territori occupati. Un’arma da guerra psicologica, nata per essere aviolanciata nelle zone sotto il controllo tedesco, come supporto alla resistenza. Il progetto venne concepito dal Joint psychological warfare committee (Jpwc) che da tempo stava studiando come realizzare armi economiche da paracadutare nei territori occupati dall’Asse a supporto delle formazioni di partigiani. L’idea per un’arma di facilissima produzione, grossolana ma efficace arriva nel 1942, quando di un attaché militare polacco a Washington D.C. (Colonnello Włodzimierz Onacewicz) la propose.

Le pistole dovevano essere aviolanciate insieme a un carico di cartucce e manuali di istruzione specifici. Nel computo della guerra psicologica, precedente alla consegna ci doveva essere una comunicazione radio che annunciava un invio triplo rispetto al quantitativo effettivamente prodotto. Questo per far convincere i tedeschi (i quali sicuramente avrebbero intercettato il dispaccio radio) che i partigiani sarebbero stati in possesso di un notevole quantitativo di armi.

La storia della Liberator

La Liberator venne concepita dal designer George Hyde (già creatore del mitragliatore M3 Grease Gun) nella fabbrica della General Motors. Le specifiche erano quelle del Small Arms Research and Development dell’Army Ordnance. I primi 5 prototipi furono messi in il 29 aprile 1942. Il 12 maggio 1942 il modello venne ammesso alla produzione; l’obiettivo era costruirne un milione di esemplari. Il nome fu FP-45 (45 per il tipo di munizioni impiegate e FP in quanto, essendo un progetto segreto, era stata originariamente designata come una Flare Pistol). Per fare sì che tutti i partigiani nei paesi occupati potessero imparare a usarla, il libretto di istruzioni venne realizzato con immagini per ogni operazione, dal caricamento alla pulizia. A fine agosto 1942 la produzione del milione di Liberator era terminata: 11 settimane di lavoro per trecento operai per realizzarle tutte. Il costo di una Liberator, pacchetto con munizioni, istruzioni e bastoncino inclusi era di appena due dollari e 10 centesimi. Per ricaricare la pistola servivano 10-15 secondi; per produrla, con gli incastri e le saldature da lamiera stampata ne servivano meno di 7. Ci voleva meno a realizzarla che a ricaricare il colpo. Ogni pistola fu provata almeno una volta, e furono evidenti non pochi problemi. Dopo una dozzina di colpi l’arma tendeva a spaccarsi, le saldature si incrinavano.  Non doveva essere longeva, come molte altre dotazioni americane non era stata progettata per durare; in base ai test la vita media della pistola era di 50 colpi. Un operaio addirittura si sparò nello stomaco e morì, per via della mancanza di sicura dell’arma. Anche per questi problemi emersi in fase di produzione, la Liberator non fu usata massicciamente sul campo come previsto. In ogni caso tutte le armi vennero spedite in Inghilterra.

FP-45, scheda tecnica

FP-45 Liberator, le istruzioni a fumetto (Wikicommons)

FP-45 Liberator, le istruzioni a fumetto (Wikicommons)

La FP-45 Liberator era realizzata in maniera semplice, in lamiera stampata. Sparava munizioni del calibro .45 ACP; il peso era sotto al chilo, poteva essere facilmente occultata. Era stato scelto il calibro .45 ACP, per sfruttare la potente munizione americana per pistole e mitragliatori. Il secondo motivo era controbilanciare il fatto che la FP-45 poteva sparare un solo colpo prima di essere ricaricata. Riguardo la canna, cortissima e soprattutto liscia, garantiva una portata effettiva a un range tra 5 metri, 8 al massimo. L’idea era quella di fornire uno strumento di assassinio più che un’arma da usare di per sé. Il caricamento, avveniva manualmente spostando l’intera sezione posteriore della pistola di lato, e l’espulsione del bossolo doveva essere effettuata attraverso il bastoncino di legno fornito nella confezione. Meccanicamente, non c’era altro. Niente sicura o cose giudicate superflue come estrattori o leve per smontare la pistola. Non c’era nemmeno un caricatore Semplicemente la parte inferiore dell’impugnatura, cava, poteva ospitare una decina di cartucce. L’esemplare che vediamo nella gallery appartiene alla collezione privata di Fiorenzo Bianchini, studioso e appassionato di ex ordinanza, che ha realizzato anche la fotogallery.

La FP-45 veniva spedita in una scatola di cartone con 10 colpi calibro .45 ACP di corredo, un tassello di legno per rimuovere il bossolo dopo lo sparo, e il foglio di istruzioni a fumetti che spiegava come caricare l’arma e sparare. Era un’arma grezza, ovviamente non destinata al servizio di prima linea per gli americani che avevano un gioiello come la M1911 come pistola d’ordinanza. Era stata concepita come un’arma da guerra psicologica e da insurrezione, da gettare dietro le linee nemiche ai combattenti della resistenza nei territori occupati. Il partigiano, armato di FP-54 doveva avvicinarsi di soppiatto al nemico, ucciderlo e recuperare le sue armi. Per questo il piano era di lasciarla cadere in quantità così grandi che le forze occupanti non avrebbero mai potuto catturarle o recuperarle tutte. Si sperava che il pensiero di migliaia di queste armi non recuperate potenzialmente nelle mani dei cittadini dei paesi occupati avrebbe avuto un effetto deleterio sul morale nemico.

Liberator, perché non ebbe successo

Il destino di questa pistola però stava per cambiare. Gli inglesi bloccarono l’operazione, adottando una nuova strategia per i lanci alla resistenza (il mitragliatore Sten divenne l’arma preferita per sostenere lo sforzo bellico dei partigiani). Così la metà delle FP-45 venne distrutta, il metallo recuperato. L’OSS (Office of strategic services) il servizio segreto militare americano venne in possesso degli esemplari rimanenti, circa 455.000 pezzi, e provvide a inviarli ai nuclei di resistenza del sud-est asiatico. Qualche pistola comunque venne distribuita anche in Europa nonostante il blocco britannico posto sulla spedizione.

Un progetto che tuttavia non convinse mai completamente il generale Eisenhower. Ne autorizzò la distribuzione di meno di 25.000 per la resistenza francese. I generali Joseph Stilwell e Douglas MacArthur erano altrettanto non entusiasti dell’altra metà delle pistole che avrebbero dovuto essere spedite nel Pacifico. La Liberator era considerata poco efficace; si decise di fornire ai combattenti della Resistenza armi più performanti e ugualmente economiche come appunto il mitragliatore Sten in calibro 9mm. In ogni caso diverse migliaia di pistole finirono in Francia, altre furono inviate in Grecia. Ci sono tracce delle Liberator anche in Cina e nelle Filippine. E’ comunque rimasta nella storia della seconda guerra mondiale, ed è un pezzo pregiato per i collezionisti di armi ex ordinanza.

(fotogallery Fiorenzo Bianchini – collezione privata – riproduzione riservata)

 

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Sistemi d'arma
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