L’Afghanistan, l’occidente e la lezione di Alessandro Magno

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Alessandro Magno, mosaico della Battaglia di Isso (Museo Nazionale Archeologico Napoli)
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“L’Afghanistan torna sotto il controllo dei Talebani”. Quando a Ferragosto (o dintorni) ho letto distrattamente questa notizia nella lista delle news lanciate sul cellulare, insieme allo stupore e all’incredulità, ho sentito che la memoria ritornava velocemente nel buio profondo dove avevo seppellito i ricordi delle versioni di greco e latino. Per la precisione, ho rivisitato mentalmente i verbi contorti delle cronache di guerra, quelle che a quindici anni consideri una tortura inutile, una sorta di espiazione per il male commesso nella vita precedente. E invece, dopo trent’anni, ho capito il valore del vocabolario marziale delle strategie militari, soprattutto delle gesta di Alessandro Magno.
Nel 2021, due decenni dopo l’attentato delle torri gemelle, gli Stati Uniti e tutto l’asse della Nato sembrano tornati al punto di partenza, con una differenza: adesso i talebani, già sostenitori di Osama Bin Laden, capo di al-Qā’ida, e nemici delle democrazie occidentali, sono diventati interlocutori con cui trattare e addirittura referenti con cui ‘allearsi’ contro i terroristi dell’Isis. Mi è venuto da pensare che quest’alleanza non sarebbe stata mai accettata da Alessandro Magno, che ben tre volte rifiutò di trattare con l’imperatore Dario III di Persia, come si legge nelle cronache di Diodoro Siculo e Plutarco.
Ὰλέξανδρος (356-323 a.C.) (letteralmente colui che difende gli uomini) fu educato da Aristotele ed ebbe come testo di formazione e riferimento ideologico l’Iliade. A sedici anni Alessandro iniziò a confrontarsi con i campi di battaglia e a vent’anni era già a capo della Lega di Corinto, che univa tutte le poleis greche. In soli dodici anni il re macedone sconfisse l’impero persiano, proprio negli stessi territori in cui oggi si registra la disfatta dell’Occidente sui fondamentalisti. Non esistono solo i corsi e ricorsi della storia, ma anche gli incredibili paradossi.
Le operazioni di evacuazione all'aeroporto di Kabul (ph Marine Corps)

Le operazioni di evacuazione all’aeroporto di Kabul (ph Marine Corps)

La nostra guerra fallimentare in Afghanistan è iniziata come risposta necessaria contro il terrorismo, che l’11 settembre aveva colpito al cuore gli Usa con gli attentati alle Twin Towers. La guerra per stroncare il pericolo fondamentalista è stata quindi legittimata dalla ‘vocazione’ dell’Occidente a esportare la democrazia dove regna l’oscurantismo dei regimi totalitari. Purtroppo, quella parte del popolo afghano che condivide con noi gli ideali di libertà e uguaglianza, dopo un bagliore di speranza, oggi si deve arrendere all’evidenza e scappare. Il governo del presidente Ghani, istituito ed istruito dagli Usa, è fuggito lasciando campo libero ai talebani, che hanno conquistato di nuovo l’Afghanistan senza nemmeno combattere.
Alexandros, nella guerra di Guagamela nel 331 a.C., vinse in territorio nemico (la Mesopotamia) senza accettare alcun compromesso. Dopo aver costeggiato con il proprio esercito la riva orientale del Tigri, sviando le previsioni dell’avversario, Alessandro affrontò Dario frontalmente. Grazie alla famosa strategia dell’attacco finale a freccia, l’esercito macedone vinse l’ultima battaglia e l’Impero persiano dovette arrendersi.
Ricordiamo quanto ci è voluto per scovare e giustiziare Osama Bin Laden, colui che aveva fatto crollare a tradimento, insieme alle torri gemelle, anche le nostre certezze, e che indisturbato e ieratico continuava ad apparirci online, con il suo terrorismo epistolare puntuale come un almanacco. Bin Laden è morto nel 2011, dieci anni (e due presidenti, Bush e Obama) dopo l’attentato al World Trade Center.
Le antiche grotte afghane dove si rifugiava lo sceicco terrorista sembravano inespugnabili per i nostri eserciti, armati di superbia tecnologica, bombe intelligenti, radar, droni, localizzatori satellitari e altre diavolerie da grande fratello militare. Alessandro Magno, per catturare negli stessi territori impervi il traditore Besso, ci mise meno di un anno, senza dover usare Google maps.
Paracadutista dell'Esercito durante l'evacuazione a Kabul (foto Esercito Italiano)

Un parà della Folgore  durante l’evacuazione a Kabul (foto Esercito Italiano)

Ma è un’altra la vera differenza tra la nostra guerra tecnologica e il conflitto antico tra l’Occidente ‘ante litteram’ della lega ellenistica di Alessandro e l’Oriente persiano. L’Occidente delle democrazie del terzo millennio scappa con la coda fra le gambe di fronte al peggior esempio di oscurantismo politico e religioso, ormai definito dai leader europei addirittura ‘un interlocutore necessario’.
Alessandro Magno, erede della cultura greca, e Dario III, ultimo rappresentante del glorioso impero persiano, rappresentavano due civiltà equivalenti, che come tali si sono sfidate in maniera leale su fronti contrapposti. Alessandro riconobbe al nemico Dario, ucciso a tradimento da Besso, una cerimonia funebre di stato, ricca di onori.
A noi esseri digitali, rintontiti sul telefonino, non resta che copiare e incollare sui social foto di donne con il burqa, per farle sentire meno invisibili.
L’unica cosa che rimane sempre uguale, in ogni epoca, è l’eterno ritorno della guerra come destino inevitabile dell’umanità, drammatico e inaccettabile anche se raccontato in greco e latino.
Laura Tabegna
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Missioni internazionali
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