Moschetto mod. 91 (da cavalleria), le armi della II guerra mondiale

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Il Carcano Mod. 91 è uno dei pezzi di storia militare d’Italia. Fucile d’ordinanza a otturatore girevole-scorrevole del Regio Esercito italiano, è stato in servizio dal 1891 al 1945. Il fucile sostituì il Vetterli-Vitali Mod. 1870/87; utilizzava il calibro di 6,5 × 52 mm Mannlicher-Carcano. Il Mod. 91 è rimasto in servizio nelle forze armate italiane fino al 1959, mentre la Polizia di Stato ha impiegato la versione Moschetto Mod. 91/38 fino agli anni novanta per il lancio, tramite apposito tromboncino, di granate fumogene nelle operazioni di ordine pubblico.

La Storia del Carcano

Verso la fine dell’Ottocento le nuove scoperte in tema di balistica e polveri propellenti per i colpi, convinsero i capi di stato maggiore degli eserciti europei a riprogettare le armi d’ordinanza con un calibro più ridotto. Il risultato sarebbe stato fucili più maneggevoli e la possibilità di trasportare più munizioni.

Della progettazione del nuovo fucile vennero incaricate le fabbriche d’armi di Stato. Così a sviluppare l’arma fu Salvatore Carcano della Fabbrica d’Armi di Torino, in collaborazione col generale Parravicino dell’Arsenale di Terni. Si scelse l’opzione otturatore girevole scorrevole del Mauser. L’adozione formale è del 29 marzo 1892.

Caratteristiche tecniche del Modello 91

La canna, a rigatura destrorsa progressiva a 4 rilievi, ha un diametro interno di 6,5 mm tra i pieni e 6,8 mm tra i vuoti della rigatura. Il passo della rigatura è 578,5 mm in culatta e 201,5 mm verso la volata. La lunghezza è di 780 mm, dei quali 706 mm rigati, con profilo esterno leggermente troncoconico. Una ghiera in volata porta il mirino su incastro a coda di rondine, mentre su uno zoccolo più vicino alla culatta era fissato l’alzo. L’otturatore è formato da un corpo cilindrico con manubrio dritto ed estrattore, dal percussore con la sua molla, dal cane e dalla sicura “Carcano” a tubetto con nasello; questa si inserisce ruotandola di 90°, in modo che il tubetto decomprima la molla del percussore, mentre il nasello si interpone sulla linea di mira, avvisando il soldato della sicura inserita.

Dopo lo sparo, si agisce sul manubrio ruotandolo di 90°, in modo da sbloccare i tenoni della testa dell’otturatore e arretrarlo; in questo modo l’estrattore trascina con sé il bossolo con la conseguente espulsione. La molla dell’elevatore del caricatore a questo punto porta in alto i proiettili rimasti nella piastrina, mentre questa resta vincolata dall’apposito dente. Riportando avanti l’otturatore, si camera la nuova cartuccia e si arma di nuovo il percussore. Il serbatoio è parte integrante dell’arma e non può essere estratto, comprende il ponticello del grilletto, l’elevatore e la sua molla e il dente di ritegno della piastrina con relativo pulsante di sgancio zigrinato sporgente all’interno del ponticello, davanti al grilletto. La scatola-serbatoio era fresata dal pieno, per garantire la massima robustezza. I colpi erano inseriti in un “pacchetto-caricatore” a piastrina che poteva contenerne sei. La cassa era in legno di noce, frassino o faggio ed era fissata alla canna da una vite, da una fascetta e dal bocchino; superiormente era completato da un copricanna che si estendeva dal congegno d’alzo alla fascetta; il calcio era protetto da un calciolo in lamiera. La cinghia di trasporto si fissava alle magliette sotto la fascetta e sul bordo inferiore della pala del calcio. L’attacco della sciabola-baionetta era situato sul bocchino, sotto il canale della bacchetta nettatoia. L’arma era dotata di un alzo a quadrante con alette con due linee di mira fisse (da combattimento) a 450 m (abbattuto) e 300 m (rovesciato), e mire regolabili da 600 a 2000 m con tacche ogni ettometro.

Le varianti del moschetto 91

L’arma era troppo lunga per l’uso nella cavalleria e per i bersaglieri, tanto che veniva ancora utilizzato il Vetterli nei modelli specifici. Nel 1893 venne dunque progettato un nuovo modello decisamente più corto e leggero (910 mm e 3,16 kg), con canna da 451 mm, chiamato ufficialmente Moschetto Mod. 91 o anche Moschetto Mod. 91 per cavalleria. Nei primi esemplari, il moschetto aveva un alzo tarato da 200 a 1500 m, era senza copricanna e aveva una baionetta a sezione triangolare, ripiegabile e incorporata sotto la canna. Aveva il manubrio dell’otturatore piegato, mentre la bacchetta nettatoia, in due elementi, era riposta in un foro nella pala del calcio, accessibile da uno sportellino a molla sul calciolo.

Per i genieri e gli artiglieri (ma anche per i graduati di truppa, la sussistenza alpina, la Regia Marina e la Milizia forestale) venne adottato un ulteriore modello, chiamato Moschetto mod. 91 per truppe speciali (TS). Non aveva baionetta incorporata e il suo aspetto era più simile al fucile mod. 91.

Il mod. 91 nella seconda guerra mondiale

Nella prima guerra mondiale e nelle campagne di polizia coloniale nella Libia italiana la munizione Mod. 90/95 da 6,5 mm si era dimostrata non troppo efficace. Così dal 1935 il colonnello Giuseppe Mainardi fu incaricato di studiarne una nuova; nel 1938 si arrivò all’adozione del nuovo calibro 7,35 × 51 mm a nitrocellulosa pura, mentre nel frattempo il maggiore Roberto Boragine ed il generale Federico Capaldo, vennero incaricati di progettare un fucile che camerato per queste ultime e potesse recuperare anche le scorte esistenti: gli arsenali, infatti, erano ancora pieni di vecchi Fucili con la canna usurata. Questo nuovo progetto prese il nome di Fucile Mod. 38, un’arma sensibilmente più corta dell’originale Fucile Mod. 91 (1020 mm). La canna era lunga 538 mm, dei quali 475,5 con rigatura destrorsa a passo costante di 240 mm; l’anima della canna era rialesata per ottenere il calibro tra i pieni di 7,35 mm e 7,63 tra i solchi. Il manubrio dell’otturatore era piegato in modo da ridurre l’ingombro e l’alzo era sostituito da una tacca di mira fissa a 200 m, semplificando così anche l’addestramento dei fanti. Il sistema di caricamento, il serbatoio e le piastrine erano le stesse del 6,5 mm e non subivano modifiche. La cassa, che per le modifiche necessarie non poteva essere recuperata ma doveva essere prodotta ex novo, presentava una scanalatura per lato per migliorare la presa, mentre la bacchetta nettatoia, in tre elementi svitabili, prendeva posto nell’apposito scomparto nel calcio. La sciabola-baionetta Mod. 91 fu sostituita da un pugnale-baionetta staccabile e pieghevole, la cui lama ripiegata veniva accolta da una scanalatura del fusto.

Insieme al fucile, vennero riciclati anche i moschetti, portando ai Moschetto Mod. 91/38 e Moschetto Mod. 91/38 per truppe speciali, ricalibrati entrambi a 7,35 mm con rigatura a passo fisso e tacca fissa a 200 m. Nei primi, a parte queste modifiche alla canna, i fornimenti e le rifiniture erano praticamente le stesse dei rispettivi modelli in calibro 6,5 mm. Il Moschetto per TS subiva le stesse modifiche alla canna ed all’alzo, mentre conservava la precedente baionetta per TS. Le casse prodotte ex novo avevano i soli attacchi centrali per la cinghia di trasporto, mentre le casse riciclate avevano il doppio attacco, centrale e laterale.

Essendo ancora lontani dalla completa conversione al nuovo modello, la produzione si fermò a 285000 pezzi[10], la maggior parte di essi venne ritirata dal servizio nel timore che il doppio munizionamento creasse confusione nell’approvvigionamento. Nel 1940 l’Italia va in guerra e per problemi di tempistica, di logistica e di reperibilità delle nuove munizioni da 7,35 mm si ritornò al classico calibro da 6,5 mm. La produzione bellica riprende quindi nel vecchio calibro 6,5 mm. I nuovi fucili, denominati Mod. 91 Cal. 6,5, mantennero però le soluzioni elaborate per il Mod. 38, ovviamente con canne del vecchio calibro, e rappresentarono l’arma lunga standard per i fanti italiani della seconda guerra mondiale.

La versione Moschetto del 91/38

La versione Moschetto (per Cavalleria) riprendeva fedelmente le soluzioni dei predecessori, tranne che per la canna, per la quale fu riadottata la rigatura progressiva, con passo di 390 mm all’inizio e di 195 mm alla fine, e per la tacca di mira fissa a 300 m. Il modello della gallery, nella disponibilità di Vincenzo di Domenico di Biancavilla di Traxarm è stato costruito nel 1942 nella fabbrica d’armi a Gardone Valtrompia ne è un esempio chiaro. Il moschetto per Cavalleria, con un milione di esemplari di produzione, fu l’arma lunga più diffusa tra le truppe italiana della seconda guerra mondiale. Nello stesso periodo bellico la produzione del Mod. 91/38 TS si attestò sui 200000 esemplari e quella del Fucile Mod. 91/38 sui 600000.

Alcuni esemplari speciali del Moschetto mod 91

I Moschettieri del Duce, corpo scelto della MVSN per la guardia personale del Duce, ricevettero un’arma che differiva dal modello da cavalleria solo per le rifiniture. La cassa infatti era in noce o legno di faggio dipinto di nero. La canna, la baionetta a spiedo pieghevole e la culatta conservavano la normale brunitura, ad eccezione di un’incisione cromata sulla culatta riproducente un fascio littorio e la parola DUX. Invece l’otturatore, il calciolo, la maglietta della cinghia, il serbatoio ed il bocchino erano cromati. Nel 1939 la Beretta produsse 100 Moschetti Mod. 91 speciali per la scorta personale Viceré d’Etiopia Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta. Queste armi, contrassegnate dalle matricole da C8000 a C8100, differivano dal modello per cavalleria esclusivamente per le ricchissime decorazioni realizzate dalla gioielleria Calderoni di Milano. La culatta era placcata in oro e finemente cesellata. Dorati erano anche il grilletto e il pulsante di sblocco della baionetta. Quest’ultima e l’otturatore erano nichelati. La cassa, in noce, presentava sul fusto degli intarsi floreali in oro, mentre sulla pala del calcio era riportata una placca metallica riproducente la lettera iniziale “A” di Amedeo sormontata dalla corona del Duca di Aosta e da decorazioni floreali.

Dopo l’8 settembre, i tedeschi si impadronirono di grandi quantità di Mod. 91 di preda bellica, che diventarono il fucile più diffuso tra le truppe del Volkssturm. Alcuni furono anche modificati per il calibro 7,92 standard delle armi tedesche. Dopo la fine della guerra, le armi in calibro 6,5 mm rimasero in servizio nelle forze armate della Repubblica Italiana e con la Polizia di Stato fino agli anni ottanta. Nella Guerra civile in Libia del 2011, Carcano residuati del periodo coloniale sono stati utilizzati dalle forze ribelli contrarie a Gheddafi, a 120 anni esatti dall’entrata in servizio del primo modello. Durante gli Anni di Piombo il Ministero della Difesa e quello dell’Interno, temendo che le varie organizzazioni terroristiche di destra o di sinistra per impadronirsi di armi assaltassero i depositi dell’esercito (pratica già eseguita da simili organizzazioni nel mondo), ordinò la distruzione e la disattivazione di centinaia, se non migliaia, fucili Carcano custoditi negli arsenali militari e della polizia, onde evitare che cadessero in mani sbagliate.

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Sistemi d'arma
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