Ripercorre il cammino dell’Armir in ritirata per ricordare il nonno

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Ritirata di russia (foto Wikipedia)
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‘A Baita’. A casa, sognavano di tornare i militari italiani imprigionati nelle sacche create dal nemico mentre si ritiravano lasciando le postazioni lungo il Don. Tanti caddero in battaglia, tanti furono presi prigionieri e morirono nei campi di prigionia russi, tanti rimasero in terra straniera.

Il tenente Filippo Magnanensi, secondo da sinistra, nipote di Stefano Lupi

Il tenente Enrico Magnanensi, secondo da sinistra

Tra quei caduti c’era anche il tenente Enrico Magnanensi, fiorentino, in forza alla divisione di fanteria Pasubio. Era partito per il fronte che sua moglie era in attesa di una bimba. Non conobbe mai la sua Maria Grazia, perché venne preso prigioniero dall’armata rossa e morì il morì il 17 gennaio 1943 nel campo 62 di Nekrilovo. In quello stesso campo perirono altri 1.111 soldati italiani rimasti nella sacca sul Don.

Il corpo del tenente Magnanensi non è mai tornato a Baita. La sua storia è stata tramandata dalla moglie alla figlia, dalla figlia al nipote, Stefano Lupi. Che è cresciuto con quei racconti, con il dolore  di non aver mai conosciuto il nonno, di non averci mai giocato, o di essergli stato accanto.

L’impresa: a piedi lungo il cammino dell’Armir

E così Stefano ha deciso di tornare a piedi su quella rotta dolorosa: la via seguita dall’Armir in ritirata. Un cammino di 200 chilometri, con accanto l’anima del tenente Enrico Magnanensi, suo nonno, che quei chilometri li ha fatti tutti in ben altre condizioni ambientali. «Il cammino – ha detto Lupi – non è un trekking turistico ma rievocativo. Non ho certo la velleità né la presunzione di poter “rivivere” le condizioni di quei giorni di 75 anni fa in cui centinaia di migliaia di nostri soldati morirono».

Lo studio sulla ritirata dell’Armir

Stefano Lupi all'avvio della sua avventura in Russia

Stefano Lupi all’avvio della sua avventura in Russia

Stefano Lupi da anni ha preso informazioni sul nonno, il suo percorso militare. Con l’obiettivo di andare in Russia e camminare lungo quel tratto per immaginare quello che un ragazzo di 27 anni, ha potuto vivere a migliaia di km lontano da casa dove lo stava aspettando sua moglie in attesa della sua bambina.

«Gli unici racconti sulla tragica ritirata dei soldati italiani in Russia – racconta Stefano Lupi – li ho appresi leggendo i libri di Bedeschi, di Rigorni Stern che fortuna vuole siano riusciti a tornare dai loro cari e lasciarci una testimonianza vitale. Venuto a conoscenza dell’iniziativa dell’Associazione Sulle Orme della Storia, ho pensato che dovevo farla. Nel mio piccolo voglio  lasciare una minuscola testimonianza sul fatto che ancora oggi nel 2017 ci sono persone che non hanno dimenticato».

Il percorso dal Don a Nikolajewka

Il gruppo, composto da Lupi e altri partecipanti al viaggio, tra cui una rappresentanza dell’Associazione nazionale alpini di Bergamo, seguirà il percorso della Divisione Alpina Tridentina dal fiume Don a Nikolajewka, la famosa località nella quale il 26 gennaio 1943 i resti del Corpo d’Armata Alpino riuscirono a rompere l’ultimo anello della sacca nella quale le truppe sovietiche avevano chiuso l’esercito italiano in quel lontano inverno.

La ritirata italiana in Russia

Un T34 sistemato come monumento per la vittoria durante il cammino di Stefano Lupi

Un carro T34 fa monumento per la vittoria sui luoghi della battaglia contro l’Armir

Con la partenza dell’operazione Barbarossa, l’invasione della Russia da parte delle truppe tedesche, anche l’Italia pensando a una vittoria fulminea decise di allestire un corpo di spedizione  di tre divisioni. I soldati del CSIR, così venne chiamato il contingente, arrivarono in Russia a metà luglio 1941. Inizialmente inquadrato nell’11ª Armata tedesca e poi nel Panzergruppe 1, il CSIR partecipò alla campagna fino all’aprile 1942, quando le esigenze del fronte richiesero l’invio di altri due corpi d’armata italiani che assieme allo CSIR furono riuniti nell’8ª Armata o Armata Italiana in Russia (ARMIR). Schierata a sud, nel settore del fiume Don, l’8ª Armata assieme alla 2ª Armata ungherese e alla 3ª Armata rumena avrebbe dovuto coprire il fianco sinistro delle forze tedesche che in quel momento stavano avanzando verso Stalingrado.

Dopo l’accerchiamento delle forze tedesche a Stalingrado, la successiva offensiva sovietica iniziata il 16 dicembre 1942 travolse il II e il XXXV Corpo d’armata italiano e sei divisioni italiane assieme a forze tedesche e rumene furono costrette a una precipitosa. Il 15 gennaio 1943 una seconda grande offensiva sovietica a nord del Don travolse gli Alpini ancora in linea, i quali, mal equipaggiati e a corto di rifornimenti, iniziarono una tragica ritirata nella steppa, incalzati dalle divisioni sovietiche e costretti a patire enormi sofferenze. L’ultima grande battaglia fu quella di Nikolajewka, il 26 gennaio del ’43. Fuori dalla sacca i nostri soldati furono rimpatriati in treno. Per tradotte partirono per tutto il mese di marzo.

Le cifre ufficiali parlano di 26.115 morti, 43.166 feriti e 63.684 dispersi; i soldati impiegati al fronte sono stati circa 220.000. A guerra conclusa, nel 1946 l’Unione Sovietica consentì il rimpatrio di circa 10.000 prigionieri di guerra italiani. I resti dei caduti furono restituiti solo con la caduta del Muro di Berlino. In seguito fu consentito dalle autorità russe l’accesso a 72 dei molti cimiteri di guerra italiani in quel territorio e sono state iniziate le operazioni di rimpatrio di circa 4.000 salme. Recentemente sempre dalla Toscana è partita una missione per scavare la fossa comune di Kirov in collaborazione con le autorità russe.

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Seconda guerra
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