“Walter Reder ha commesso atti terribili, ma è stato il solo a pagare l’intero conto degli eccidi”

1 month fa scritto da
Le vittime di Marzabotto
img

Quaranta anni fa il governo Craxi scarcerava Walter Reder. Oggi, l’ex maggiore delle SS è ancora considerato dagli italiani il criminale di guerra numero uno. In Austria invece sono in molti a pensare che abbia pagato da solo il conto delle atrocità commesse dai nazisti in ritirata nel 1944.

È di fronte a questa solo apparente contraddizione, che dagli anni ’50 è ancora aperta una partita politica con toni aspri sul caso.

Per l’Italia non sarà mai possibile dimenticare quelle stragi; nei sacrari lungo l’Appennino tosco emiliano, quei volti di civili innocenti trucidati dalle SS praticamente alla fine della guerra, ci ricordano come è fatta la barbarie. È il nostro dolore. La sofferenza che la nazione non potrà e non dovrà mai dimenticare. Quel dolore intenso è lo stesso dolore causato dai soldati italiani in altre aree geografiche dove vennero commesse le stesse atrocità storicamente documentate. Ed è la stessa sofferenza provata dalle vittime, dai loro parenti, e dalle generazioni a venire cresciute in ogni villaggio raso al suolo da ogni esercito in ogni guerra. Un peso umano e un lascito che non è possibile cancellare.

Del resto Nietzsche scriveva nei ‘Biglietti della follia’ (Wahnbriefe):

«Chi lotta con i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te» – «Wer mit Ungeheuern kämpft, mag zusehn, dass er nicht dabei zum Ungeheuer wird. Und wenn du lange in einen Abgrund blickst, blickt der Abgrund auch in dich hinein»

Walter Reder

Walter Reder

Come vivono i discendenti di Reder? Cosa pensando oggettivamente di questa vicenda? Qual è il loro personale punto di vista? Per capire, approfondire, raccontare, siamo arrivati fino nel cuore delle Alpi. È qui che abbiamo incontrato Wolfgang Falch, un pronipote dell’ufficiale delle SS. Ha accettato di parlare con noi, di raccontare questa storia che ha segnato nel tempo la sua famiglia. Falch è uno studioso di arte, è stato docente all’Università di New Orleans, fino a quando il cortocircuito con la storia l’ha portato nuovamente in Austria. Ha abbandonato l’insegnamento per aprire un’azienda che si occupa di recupero di relitti sottomarini. Aerei principalmente, che sono la sua passione. Insieme al recupero di relitti, gestisce un museo di storia dell’aviazione, un piccolo hangar a ovest di Innsbruck, vicino alle grandi stazioni sciistiche del Tirolo.

L’abbiamo intervistato questo luogo incredibile: l’aeroporto, una striscia verde tra le montagne, il piazzale coi tavolini accanto alla pista ciclabile che corre lungo il fondovalle, il chiasso felice dei suoi figli che giocavano con gli amichetti, bibite e cortesia. Uno strano contrasto, quel clima così sereno, con il nostro evocare le stragi, gli orrori della guerra, l’olocausto. È stato un momento intenso: abbiamo condiviso la passione per la storia, e la memoria. C’è stato dialogo, pur partendo da posizioni opposte, che probabilmente rimarranno tali ma non in modo preconcetto o sterile. Di certo ci ha uniti la pace, il forte senso di democrazia e rispetto dimostrato per il ruolo della stampa, la volontà di ascolto reciproco. E la convinzione condivisa che ogni guerra ha spinto l’uomo verso il basso, oltre ogni ragionevolezza e conquista culturale. La guerra dimostra che l’uomo facilmente diventa un mostro capace di divorare nemici e vicini innocenti.

Reder è stato l’ultimo detenuto del carcere militare di Gaeta; il penitenziario fu dismesso formalmente cinque anni dopo la sua liberazione. Il maggiore delle SS, catturato dagli alleati nel 1945, era poi finito sotto processo in Italia nel 1948. Condannato all’ergastolo con sentenza definitiva del 1954 fu giudicato colpevole dei reati di «violenza con omicidio contro privati cittadini italiani» e «incendi e distruzioni in paese nemico», per aver ordinato ai suoi militari l’uccisione di circa seicento civili e per le contestuali distruzioni di centri abitati a Bardine e San Terenzo Monti, Valla e Vinca, Gragnola, Monzone, Ponte Santa Lucia (Fivizzano), a Marzabotto nelle frazioni di Casaglia, di Carpiane, di Caprara e San Giovanni di Sopra e di Sotto; a Monzuno in località Ca di Bavellino e Casoni di Riomoneta.

Walter Reder processo italia

Walter Reder durante il processo in Italia

Coloro che impartirono l’ordine di quelle rappresaglie, ovvero il comandante delle forze armate tedesche in Italia, Feldmaresciallo Albert Kesselring, e il generale Max Simon, comandante della 16^ SS Panzer Grenadier Division, catturati dagli alleati e condannati a morte in un primo momento, videro la pena commutata in carcere, e rapidamente uscirono di prigione (Kesselring nel 1952 diventando uno dei consulenti del presidente tedesco Adenauer, per l’ingresso della Germania nella Nato; Simon nel 1954).

Tanti altri furono protetti per anni, fino alla scoperta dei fascicoli d’inchiesta ‘archiviati provvisoriamente’ dal 1960 e rinchiusi nell’armadio ‘della vergogna’ riaperto solo nel 1994 dal procuratore militare Antonino Intelisano e rilanciate dal giornalista Franco Giustolisi nelle sue inchieste per l’Espresso. In tutto si trattava di 695 dossier e 2.274 notizie di reato relative ai crimini di guerra commessi durante la campagna d’Italia dai nazisti e dai repubblichini che li fiancheggiavano.

Reder, era il maggiore in comando del SS-Panzer-Aufklärungs-Abteilung 16, ovvero il temuto 16° battaglione esplorante della 16esima divisione SS. Colpevole di aver fatto eseguire quegli ordini, è rimasto in carcere per quaranta anni. I suoi sottoposti, quelli che fisicamente uccisero, straziarono, bruciarono, l’hanno fatta franca fino al 2007, data in cui venne riaperto il caso e alcuni di loro furono condannati, in contumacia, all’ergastolo per l’orrore causato a Marzabotto. Almeno una condanna, invece dell’oblio.

Walter Reder, il criminale di guerra. L’irriducibile. Considerato da molti ancora oggi l’ultimo nazista ‘Meine ehre heisst treue’, il mio onore è la lealtà, come recitava il motto delle SS. Reder come Hiro Onoda, l’ultimo giapponese riemerso dalla giungla e dall’idea della guerra solo nel 1974. Reder e le sue lettere di pentimento poi ritrattate. Un uomo e tante contraddizioni nella storia: per molti un simbolo delle atrocità della guerra; per altri il capro espiatorio che ha pagato per tutti, tanto che non mancarono non solo in Germania e in Austria, ma anche nel Regno Unito, campagne perché fosse rimesso in libertà.

La campagna per la liberazione di reder dei veterani di guerra inglesi negli anni '50

La campagna per la liberazione di reder dei veterani di guerra inglesi negli anni ’50

A quaranta anni dalla sua scarcerazione, dall’atto controverso dell’allora ministro della Difesa austriaco, il liberale Friedhelm Frischenschlager che volle stringergli la mano al suo rientro in patria, aprendo due crisi (una nel suo governo, l’altra diplomatica) la famiglia di Reder conserva le carte di questa lunga battaglia giudiziaria, ma non ha recriminazioni. Reder non ebbe figli, ma poté contare per tutta la sua vita su due cugini e due persone care, che dall’esterno durante la prigionia, in patria dopo la liberazione, gli rimasero accanto fino alla morte, avvenuta a 76 anni nel 1991.

Wolfgang Falch, 59 anni, ha convissuto fin da ragazzo con questa storia, dalla scarcerazione ha incontrato diverse volte ‘lo zio Walter’ come ancora lo chiama. Possiamo sentirci o meno a nostro agio con le sue dichiarazioni che, pur non essendo assolutorie nei confronti del prozio, in qualche modo tentano di riportare analiticamente i fatti alle carte processuali e al contesto storico nei quali sono avvenuti.

L’intervista al pronipote di Reder

Wolfgang, il suo prozio, Walter Reder ha passato 40 anni in una prigione italiana, mentre i suoi superiori Simon e Kesselring furono scarcerati durante la guerra fredda. Come avete vissuto questa vicenda?

«Questo è un capitolo molto delicato per la storia della mia famiglia. Sappiamo che Reder rimase in prigione nonostante il fatto che, gli ordini da lui impartiti, fossero stati dati dai suoi comandanti superiori che vennero liberati molto prima. Per lungo tempo è stato difficile capire con esattezza quali fossero le atrocità nelle quali era stato coinvolto nel 1944. Il quadro è diventato chiaro con l’ultima sentenza, quella del 1980, dove sono cadute alcune accuse, e sono stati delineati i contorni delle sue responsabilità».

Che tuttavia restano comunque gravissime, non trova?

«L’aver ordinato le rappresaglie che hanno portato alla morte di 600 persone, fatto per il quale è stato condannato, è sicuramente una cosa terribile. Ma ancora oggi, nei siti di informazione, nelle pagine dei giornali, dall’opinione pubblica, Reder viene indicato come responsabile della totalità degli 1.836 caduti di Marzabotto, più altri 2.700 in altre zone d’Italia. Non c’è interesse a capire quello che è realmente accaduto, ma solo a identificare in Reder l’unico cattivo, il mostro delle SS per definizione. Una parte di verità è stata ricostruita dal tribunale militare di Bari del 1980, al termine del quale gli è stata concessa la liberazione condizionale. Nonostante avessero una forte pressione popolare, i giudici provarono a ricostruire in maniera molto più obiettiva alla luce delle testimonianze».

Fu proprio grazie a quel processo che Reder poté tornare a casa. In particolare grazie alla lettera nella quale riconosceva le crudeltà della guerra. Eppure, non appena in Austria ebbe a ritrattare pubblicamente quel pentimento. Non avrebbe potuto semplicemente tornare a essere un privato cittadino e chiudere questo capitolo doloroso della sua vita senza ulteriori polemiche?

«Credo che questo fosse genuinamente un suo desiderio: rimanere un privato cittadino fino alla morte. Non gli fu permesso di scomparire, di aspettare la fine dei suoi giorni chiedendo di essere dimenticato. Reder fino alla morte fu al centro dell’interesse di giornalisti e di politici di entrambi gli schieramenti. Pro e contro. Sulla questione della lettera: lui stesso mi disse che il suo avvocato lo convinse a scrivere un documento nel quale dimostrava consapevolezza per gli orrori della seconda guerra mondiale, le rappresaglie, i bombardamenti, le vittime innocenti di tutta la guerra, compresa la campagna d’Italia. Questa fu travisata come una specifica richiesta di scuse. Il suo intento non era chiedere scusa per le uccisioni dei soldati nemici o dei partigiani. Invece questo testo fu mostrato al pubblico come una lettera nella quale lui si assumeva la colpa di quelle azioni. Ed è questo senso che lui negò».

Eppure le atrocità commesse dall’unità di Reder sono rimaste nella storia

«Non voglio sminuire il suo coinvolgimento. Quei soldati arrivavano direttamente dal fronte orientale, dove si combatteva una guerra brutale. Peraltro la storia ci insegna che non fu l’unico caso: ci sono testimonianze delle incredibili crudeltà che i russi rivolsero contro i soldati francesi durante la campagna di Napoleone. Ovviamente è stata la Germania a far partire la guerra, questo non va dimenticato, come non va dimenticato che non solo in Germania in quel periodo, ma anche in Russia c’erano terribili regimi dittatoriali. Certo è che quando i tedeschi lasciarono la Russia dopo anni di quella terribile situazione, applicarono lo stesso modello in altri paesi dove andarono. Tanto per ricordare, le stragi di Malmedy (dove vennero uccisi prigionieri di guerra americani), o il villaggio di Oradour raso al suolo sempre dalle SS: quelle unità venivano tutte dal fronte orientale, erano state brutalizzate dal fronte orientale. Arrivarono in occidente distrutte psicologicamente».

Sono passati 80 anni da quegli eventi. Per gli italiani, anche per le giovani generazioni, il suo prozio è ancora considerato un feroce criminale di guerra. Qual è la sua personale opinione di quegli anni?

«Siamo cresciuti con lo zio Walter in prigione, gli mandavamo biglietti di auguri per Natale o per Pasqua. Lo seguivano mio nonno e mia madre, un altro cugino e la dottoressa Barbara Czurda, un’altra nipote. Quando è stato rilasciato avevo 19 anni; solo allora l’ho conosciuto in persona. In quel tempo l’ho incontrato un paio di volte; aveva una situazione complicata. Nella vita quattro o cinque volte in tutto. Era molto chiuso, forse una forma di difesa dopo tanto tempo in prigione. Con mio nonno però aveva più confidenza, e lui aveva un’opinione precisa. Io mi fidavo molto di mio nonno, soprattutto per la sua storia di vita».

Allora ci racconti questa storia

«Mio nonno era un giurista, un uomo forte che non sopportava le bugie. Prima dell’Anschluss lavorava al ministero dell’agricoltura come consigliere. Era un cattolico in un’alta posizione nel governo austriaco, quindi un obiettivo per i nazisti. Per salvarsi la vita venne costretto ad arruolarsi nell’esercito tedesco (mia mamma sua figlia, nata nel ‘40, raggiunse il padre a Vienna. Visse sotto le bombe alleate, dopo la guerra non poteva entrare in stanze chiuse o negli ascensori perché subiva ancora il trauma). Divenne ufficiale, anche lui fu mandato al fronte. Ha combattuto un anno in Polonia, uno in Russia, uno in Jugoslavia, poi in Italia, lungo la linea gotica. Fu catturato dagli inglesi il 6 giugno 44, una data simbolica senza dubbio, mandato a le Havre e affidato agli americani. Fu trasferito, negli Stati Uniti dove rimase due anni come prigioniero di guerra. Al termine della prigionia, in qualità di ufficiale, gli americani gli offrirono un volo di ritorno in Austria. Lui rifiutò; fatalità della vita, quel volo precipitò. Tornato a casa gli fu proposto un incarico nel nuovo governo austriaco ma solo se avesse preso la tessera del partito socialista. Rifiutò anche quello. Tornò in Tirolo e qui divenne parte del governo locale, ma disse no anche alla tessera del partito cattolico. Un uomo che non faceva compromessi, molto concreto sui fatti. Con Reder aveva uno strano legame, ma molto profondo: non si incontrarono mai dopo la guerra e nemmeno durante la guerra. Avevano un rapporto epistolare, non si sentirono mai per telefono. Erano parenti, forse non amici, ma credo si fidassero l’uno dell’altro. Mio nonno mi diceva che lui era diventato una sorta di capro espiatorio. Non era il solo ad aver preso parte a quegli eventi, ha pagato per tutti».

C’è un aspetto che però non può essere taciuto. Reder era un ufficiale in comando. E avrebbe potuto semplicemente non far eseguire quegli ordini. Come del resto altri fecero anche in zona di guerra e nello specifico nella campagna d’Italia. Non trova?

«Reder non era il prototipo del bel ragazzo con una uniforme affascinante che sorride e stringe mani. Era un combattente, duro. E non posso dire con certezza se, negli anni della prigione abbia avuto rimpianti o sensi di colpa o se si sentisse colpevole. Non posso essere nella sua mente, so molte cose su di lui perché il suo caso è stato una storia di famiglia per buona parte della mia vita, ma non posso conoscere il suo punto di vista. So però cosa dicono le carte dei processi. E per esempio le carte del 1980 mettono nero su bianco la sua responsabilità per 600 vittime, e l’ordine confermato da testimoni oculari, di non toccare più i civili, impartito di persona ai suoi soldati, dopo aver visto quello che avevano fatto. Quelle stesse testimonianze raccontano di quanto fosse scioccato per quello che era successo. Io penso che sia stata una sua negligenza permettere che i suoi uomini usassero i metodi della Russia. E certamente questo significava uccidere civili e non pochi».

Una negligenza che gli è costata cara, vista la condanna e la damnatio memoriae eterna.

«La sua colpa, per cui penso abbia meritato la prigione anche se le vittime civili fossero state non seicento come riporta la condanna, ma anche sei o sessanta, è non aver controllato i suoi soldati; sapendo che nel pieno dell’azione a volte diventa impossibile. Da ufficiale doveva prendersi la responsabilità per i suoi uomini; perché chi è in comando dà ordini e chi non li esegue rischia l’esecuzione. Anche se lui non era sul posto, perché con negligenza si trovava da qualche altra parte, è stata comunque una sua responsabilità. Anche se c’erano Simon o Kesserling sopra di lui, Reder era quello sul campo».

Molti sostengono che è la guerra in sé che si porta dietro atrocità e brutalità. Ma anche che il ‘peccato originale’ della Germania nazista sia stato l’aver concepito la soluzione finale, attuata attraverso i campi di sterminio. Cosa ne pensa?

«E’ vero. Ma se posso dire cosa penso sul problema della guerra e natura umana correlato alla Germania, penso non sia stato solo questo, perché c’è un altro dato da considerare. Negli ultimi otto mesi di guerra (luglio 44 – maggio 45) il numero delle vittime tedesche civili e militari fu lo stesso che nei primi anni di guerra, dal settembre 1939 fino al luglio 1944, data dell’attentato a Hitler. E da testimonianze (i diari del generale Walter Warlimont, che lavorava nell’OKW – il comando supremo delle forze armate tedesche – le cui memorie sono internazionalmente ritenute una delle testimonianze più importanti sulla II guerra mondiale. Il generale fu messo fuori servizio dopo l’attentato a Hitler, perché era considerato parte della cerchia più ampia dei cospiratori) sappiamo che Hitler e i generali più alti in comando erano consapevoli dal novembre 1942 che la guerra era persa. Stalingrado fu abbastanza per capire che era finita. Partendo da questo dato, Hitler e i suoi gerarchi, responsabili per il popolo tedesco sono andati avanti con la guerra per altri tre anni, con la consapevolezza che sarebbe diventato un massacro, puro assassinio. Nel frattempo pianificarono anche la soluzione finale. Questo a mio avviso è il vero agire criminale: mettere la tua stessa gente nel tritacarne sapendo che non ce la faranno. Ma c’è di più».

Cosa?

«Tutte quelle vite sprecate, tutto quello che è accaduto dopo quella data, incluso l’olocausto. All’inizio del 1942 venne presa la decisione di sterminare gli ebrei e nell’autunno dello stesso anno le camere a gas erano già perfettamente in funzione e tutto questo è andato avanti fino all’arrivo dei russi nel 1945. Ci sono persone che si sono arricchite con la requisizione dei beni degli ebrei; i loro discendenti vivono ancora nelle proprietà che furono acquisite con quelle ricchezze. Costruite sul sangue. Vivere in quelle case ancora oggi ti rende in un certo senso colpevole. Io sostengo la restituzione perché non è giusto vivere in case che furono requisite a persone mandate nei campi di sterminio; perché i parenti di chi ha fatto questo vivono ancora di quell’indebito profitto? Su questi fatti dobbiamo avere un punto di vista storico. Eppure c’è ancora una forte divisione ideologica».

Suo zio le ha mai raccontato di quei tempi?

«Quando ho parlato con lui ho potuto sentire solo quello che ho trovato scritto nei libri. Non ero nella posizione di chiedere cose così personali. Certo, ero uno dei pochi parenti vicini, ma non so se avrei potuto chiedere se avesse ordinato direttamente, se avesse visto vittime, cosa pensasse fino in fondo. Anche altri membri della famiglia raccontano che era difficile entrare in profondità con lui. Era un’attitudine, magari presa in prigione magari dovuta all’addestramento. Era come uno scudo. Sono sicuro però che non fosse lì a sparare personalmente ai civili anche perché non era fisicamente abile a farlo (a seguito di una ferita riportata sul fronte russo aveva perso l’avambraccio sinistro e aveva il polso destro semiparalizzato ndr). Credo che la sua negligenza sia stata il problema. Nella sentenza del 1980 il giudice ha sottolineato che lui non era lì personalmente ma fosse arrivato dopo, con le rovine ancora fumanti e le persone che erano sotto. Arrivò con la sua macchina e rimase scioccato. Da quel momento in poi lui ordinò che nessun civile fosse più ucciso dai suoi soldati. Una la negligenza che, nella sua posizione, non era ammissibile».

 E’ per questo che è finito in prigione

«Non si sentì colpevole come conseguenza dell’essere finito in prigione, ma come uomo. Veniva da una buona famiglia dell’alta borghesia con fratelli e sorelle non aveva motivo di essere una persona crudele che picchia la gente.  Non era una persona del genere. Non era quel tipo di criminale o sadico che è stato descritto sul modello delle SS. Ma poi e si è trovato di fronte a quello che la sua unità aveva fatto. A Gaeta Reder ha vissuto ancora nella bolla del tempo di guerra e dei fatti accaduti durante la guerra. Era andato via di casa a 17 anni per entrare nelle SS, dove era cresciuto. Credo si sentisse parte di un corpo d’elite; è stato famoso per il suo coraggio, anche per la scelta di tornare in prima linea dopo le ferite. Non credo che si sentisse un nazista. Si considerava più un ufficiale e un soldato di professione. Personalmente non l’ho mai sentito rivendicare alcuna ideologia nazista e per quanto ne so, non c’è mai stata nessuna accusa mossa nei suoi confronti. Fu leale ai suoi commilitoni e ufficiali fino all’ultimo. Quello che so per certo, è che dalla fine della guerra non indossò mai più il suo ‘totenkopfring’ (l’anello che sanciva l’appartenenza al corpo delle SS ndr). Questa è stata la sua vita. Su questo è stato esposto fino alla fine, pagando con 40 anni di prigione».

Ricorda degli episodi durante la reclusione di Gaeta?

«In uno degli incontri mi raccontò di aver ricevuto due offerte diverse per farlo evadere dal carcere militare. Una era da parte di Otto Skorzeny (l’ufficiale che millantò di aver liberato Mussolini dalla prigione del Gran Sasso ndr) e di un altro commilitone di cui non ricordo il nome che lo visitarono a Gaeta. Di Skorzeny non è che si fidasse molto, soprattutto di questi suoi sedicenti superpoteri, ma in ogni caso rifiutò la proposta di entrambi. La fuga non era un’opzione, perché voleva affrontare il tribunale e uscire da uomo libero o da uomo morto, non da evaso. Fino alla fine, non dico che non si sentisse responsabile o non colpevole, questo non sarebbe corretto, ma credo che ritenesse di non aver ricevuto un trattamento equo paragonato agli altri».

Shares 0
Article Tags:
Article Categories:
Seconda guerra
img

Comments are closed.

0 Shares
Share
Tweet