Reportage D-day: Normandia, luoghi da non perdere sulle tracce dello sbarco

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Era il D-day. Aspettavano di sbarcare sulla spiaggia. Molti di loro si erano lanciati da centinaia di aerei qualche ora prima; altri invece erano atterrati con gli alianti accanto a un ponte che non poteva essere perso. Erano partiti dall’Inghilterra il 6 giugno del ’44 per sferrare dalla Normandia l’ultimo assalto alla fortezza Europa, da 4 anni nelle mani naziste.

In 4.400 non fecero ritorno a casa, alle loro famiglie, agli affetti. Tantissimi furono feriti, ma i più arrivarono in fondo a quel giorno e ai giorni successivi, poi videro la fine della guerra.

E quel giorno, il D-Day è rimasto una data simbolo nelle loro vite. Il giorno in cui gli stati liberi decisero di sferrare l’assalto finale al nazifascismo. Coloro che parteciparono a quell’impresa, sono rimasti nell’epica di quell’attacco, cavalieri che ancora oggi (nonostante per il per il passare degli anni siano sempre di meno) vengono guardati con ammirazione e onorati quando a prezzo di enormi sacrifici per la loro età ritornano su quelle spiagge per ricordare i loro compagni caduti che riposano nei cimiteri militari disseminati su tutto il territorio.

Armymag ha compiuto un suo personale viaggio attraverso la Normandia dello sbarco. E da qua comincerà un racconto per mettere insieme storia ed emozioni, informazioni e impressioni su quello che è rimasto a 74 anni di distanza da quelle giornate che hanno segnato in maniera indelebile la storia.

Molti i memoriali e i musei che si trovano lungo l’itinerario che va dal fiume Orne fino alla penisola del Cotentin. Alcuni pubblici. Altri, non pochi, privati. Le spiagge negli anni sono tornate a essere un luogo di svago dove i bagnanti si recano per le vacanze, ma ovunque, anche in mezzo al caos, alle scuole di parapendio, ai bambini che giocano, è forte la memoria e il carico emozionale.

Un viaggio nella storia che però deve essere intrapreso con alcune cautele. Perché le spiagge i luoghi dello sbarco sono nel bene e nel male diventate anche un’attrazione turistica. E il rischio di trasformare il tutto in una sorta di ‘parco giochi’ non è così remoto. Così forse ci vorrebbero meno simulatori, meno t-shirt e portachiavi, e più attenzione per la ricostruzione storica.

Cominciamo la nostra carrellata con queste prime considerazioni introduttive, seguiranno alcuni approfondimenti tematici o storie collegate. Ma qui indicheremo ‘gli imperdibili’. I luoghi che secondo il nostro parere vale la pena visitare nel caso in cui si dovesse decidere di avere una testimonianza diretta dei luogh del D-day. Non è una classifica di merito ovviamente, ogni luogo ha una storia e una dignità che deve essere rispettata. Ve li raccontiamo per cenni storici, ma anche con le indicazioni su cosa trovare e visitare

Pegasus Bridge

D-day Pegasus Bridge, Il ponte per il quale combatterono aspramente i diavoli rossi, ossia i parà inglesi

Il Pegasus Bridge

L’area tra Ranville e Benouville, fino allo foce del fiume dove si trova il porto di Ouistreham era l’obiettivo da conquistare e tenere da parte della 6^ divisione aviotrasportata inglese inviata a supporto dello sbarco inglese nella spiaggia di Sword.

I parà britannici sfruttarono il fattore sorpresa, arrivando vicino al ponte con degli alianti Horsa e lo presero in poco tempo. Oggi a pochi metri dal ponte, c’è un museo nato grazie al contributo dei parà britannici e all’interessamento dei reali inglesi Oltre a mezzi e uniformi originali della battaglia e una replica dell’aliante Horsa, è il ponte la principale attrazione, visto che porta ancora i segni del combattimento.

Nel 1993 il Pegasus originale fu sostituito da uno più moderno: il nuovo fu costruito identico all’originale, ma un po’ più largo e più grande. I francesi avevano intenzione di smantellare il vecchio, ma veterani inglesi lo comprarono per la cifra simbolica di una sterlina. Il ponte rimase abbandonato nei campi fino al ’99 quando venne sistemato nel giardino del museo.

Nel paese di Ranville, c’è un cimitero di guerra, dove sono sepolti i paracadutisti inglesi che persero la vita nella battaglia, i piloti degli alianti e gli altri soldati (commando e fanteria meccanizzata) che arrivarono di rinforzo per contribuire alla tenuta del ponte. Un quadrante è riservato anche ai militari tedeschi che incrociarono le armi con i britannici in questa zona di aspri combattimenti.

Batteria costiera di Longues sur Mer

D-day Longues sur Mer la batteria costiera tedesca

La vista dall’interno del bunker

Terminata nell’aprile del ’44, è forse la batteria costiera meglio conservata, avendo ancora all’interno dei bunker i suoi cannoni navali da 152 mm. L’accesso al sito è gratuito. E la visita permette di capire come erano strutturate le difese avanzate del vallo Atlantico. Dai punti d’osservazione con vista sul tratto di mare prospiciente, al sistema dei pezzi d’artiglieria e le postazioni anti aeree poste a loro difesa. Il tutto calato in mezzo ai campi coltivati, non c’è l’assalto dei turisti che si dirigono verso altre zone.

Costruita e gestita in un primo momento dalla Kriegsmarine, la batteria passò alla Wehrmacht. Era stata posta a presidio tra le spiagge dello sbarco di Gold e Omaha. La notte prima degli sbarchi venne pesantemente bombardata ma molte delle bombe d’aereo finirono fuori bersaglio. La mattina dello sbarco fu bersagliata dall’incrociatore francese Georges Leygues e dalla corazzata statunitense Arkansas.

La batteria stessa ha aperto il fuoco, sparando un totale di 170 colpi nel corso della giornata e costringendo la nave HMS Bulolo, quartier generale delle truppe britanniche per l’invasione a ritirarsi fuori dalla portata dei pezzi d’artiglieria. Tre dei quattro cannoni furono messi fuori gioco dagli incrociatori britannici Ajax e Argonaut, L’ultimo 152mm continuò a funzionare fino al 7 giugno, i serventi (184 uomini, la metà di loro oltre 40 anni) si arresero alla 231ª Brigata di Fanteria del Devonshire.

Mulberry Harbour alla spiaggia di Arromanche

D-day I resti del Mulberry Harbour ad Arromanche

I cassoni spiaggiati del Mulberry Harbour

Ad Arromanche les bains sulla spiaggia nel centro del paese e ben visibili anche a largo, ci sono i resti del porto artificiale che gli alleati costruirono per permettere lo sbarco dei rifornimenti. Vicino alla spiaggia c’è anche un museo che vale la pena visitare.

Il Mulberry Harbour è considerata una delle opere di ingegneria militare più ardite di tutti i tempi. Gli Alleati pensarono di costruire un porto per spiazzare i tedeschi che avevano munito le principali città costiere con banchine industriali proprio in previsione dell’invasione. La scelta di creare il porto artificiale arriva probabilmente dagli inglesi; il Vice Ammiraglio John Hughes-Hallett. dopo il raid su Dieppe del ‘42, dichiarò che, se non era possibile catturare un porto, allora si sarebbe potuto trasportarlo attraverso la Manica.

Costituito per ordine di Winston Churchill, il porto aveva una testa chiamata “Spud”, costituita da una piattaforma ancorata al fondale marino per mezzo di quattro lunghe gambe, al quale poteva attraccare il naviglio da trasporto; la piattaforma era libera di oscillare in altezza, in modo da assecondare il moto ondoso e la marea. Questa piattaforma era collegata alla terraferma mediante una passerella formata da elementi metallici galleggianti (e dotati di un certo grado di flessibilità) chiamati “Whale”, al di sopra della quale avrebbero potuto circolare i veicoli a motore. Al di sotto della giunzione tra un elemento e l’altro della passerella erano posizionati dei pontoni galleggianti “Beetle”, fissati al fondale con cime e ancore.

Per proteggere il porto prefabbricato dalle onde dell’oceano era prevista la realizzazione di una barriera frangiflutti grazie a enormi cassoni di cemento (“Phoenix”) o imbarcazioni (“Gooseberry”), trasportate attraverso la Manica e affondate nei pressi della spiaggia. Appena prima dell’installazione del porto prefabbricato Mulberry, gli alleati fecero affondare numerose vecchie navi da guerra o da commercio in modo da formare una prima barriera contro le onde per un totale di 7 chilometri di frangiflutti costituiti da queste navi.

Ne vennero lanciati due: quello di Omaha venne distrutto da una tempesta tra il 19 e 20 giugno ’44. Quello britannico rimase in piedi. Nei 100 giorni successivi al D-Day, da qui sbarcarono oltre 2,5 milioni di uomini, 500.000 veicoli, e 4 milioni di tonnellate di rifornimenti, facendo così transitare gran parte dei rinforzi necessari per l’avanzata in Francia.

Da un punto di vista tecnico un porto Mulberry veniva costruito con 600.000 tonnellate di calcestruzzo, era suddiviso in 33 moli, e aveva 16 km di carreggiata galleggiante per lo sbarco di uomini e mezzi sulla spiaggia. I cassoni che furono poi affondati per farne dei frangiflutti durante la costruzione, vennero trainati attraverso la Manica a sole 5 miglia orarie. Mentre il porto a Omaha si distrusse piuttosto rapidamente, Port Winston fu utilizzato intensamente per 8 mesi, nonostante fosse stato progettato per durare solo 3 mesi.

La Pointe du Hoc

D-day La Pointe du Hoc con i suoi bunker e il cippo commemorativo

I bunker della Pointe du Hoc

L’ingresso all’area della Pointe du Hoc, dove i tedeschi avevano una delle batterie costiere con capacità di fuoco sulla spiagge americane di Omaha e Utah, rende l’idea di quanto cruenti siano stati i combattimenti in quel punto.

I terreni sovrastanti la falesia alta più di 30 metri a picco sull’oceano sono punteggiati dai crateri dell’intenso bombardamento prima aereo poi navale che ebbe luogo prima dell’assalto dei Ranger americani che la presero scalando la parete con corde e rampini dal basso. L’obiettivo del 2º e del 5º Battaglione Ranger (le unità del 75º Reggimento impiegate nella missione) era di creare una testa di ponte penetrando nell’entroterra per circa cinque, sei chilometri, dal fiume Drôme ai sobborghi di Isigny-sur-Mer.

Sulla cima della scogliera, i tedeschi avevano costruito una fortificazione con diversi cannoni francesi da 155 mm (protetti da cannoni antiaerei e nidi di mitragliatrici), con i quali avrebbero potuto decimare le unità americane durante lo sbarco a Omaha e anche a Utah Beach (i cannoni avevano un raggio d’azione di più di 20 km). I Ranger quindi dovevano neutralizzare l’artiglieria tedesca prima che cominciasse ad aprire il fuoco sulla spiaggia. Appena trenta minuti dopo lo sbarco, i ranger erano già sulla sommità della scogliera. Presa la batteria, riuscirono a tenere fino all’arrivo dei rinforzi nonostante i molti tentativi di contrattacco tedesco.

Le spiagge dello sbarco: Omaha e Utah

D-day, la 2 divisione usa scala la duna dopo aver sfondato il quadrante assegnatole a Omaha Beach. Quello stesso punto oggi.

Differenze ieri-oggi a Omaha Beach

Le spiagge. Non sono tanti i memoriali, quanto la sabbia, le dune, le onde del mare. Per chi si soffermi ad ascoltare sembra quasi di sentire ancora le urla, le raffiche, l’urlo dei motori, il ruggito dei carri e il rombo degli aerei. Consigliato un passaggio da soli, in silenzio. Un’atmosfera che si coglie molto a Omaha e Utah, forse un po’ meno tra Sword, Juno e Gold affidate a inglesi e canadesi, dove le case e la vita quotidiana tornata a fiorire accanto alla spiaggia ha trasformato quel mondo; ancor di più Utah, dove oltre alla spiaggia c’è un museo pubblico veramente ben congegnato e ricco di reperti che raccontano lo sforzo bellico degli alleati nello sbarco.

Omaha è invece nell’iconografia della II guerra mondiale. Uno dei luoghi che hanno segnato questo conflitto, come Pearl Harbour, Stalingrado, Bastogne, Iwo Jima, Cassino. In ognuno dei settori dello sbarco ci sono musei. Da preferire sono quelli pubblici, mentre sui privati occorre selezionare bene, visto che ce ne sono di improvvisati con poca minuziosità nella ricostruzione storica.

Comunque per capire quello che è stato lo sbarco, fare questo viaggio mentale non c’è niente di meglio del ‘campo’. A Omaha si arriva dove c’è il memoriale. Si guarda in fretta, poi si sceglie il lato ovest o est della spiaggia. Meglio quello est dove c’è un bunker con un pezzo da 75 e il cippo in ricordo della II divisione di fanteria Usa. Da qui si può imboccare il sentiero che porta fino al mare, respirare la brezza e poi girarsi a guardare la duna. Aria nei polmoni, occhi chiusi, sensazioni difficili da descrivere, che diventano commozione poco lontano, a Colleville sur Mer

I sacrari di guerra: Colleville sur Mer e La Cambe

D-day Il cimitero americano di Colleville sur mer a Omaha Beach

Si ammaina l’Old Glory a Colleville sur Mer

I cimiteri di guerra sono luoghi di raccoglimento. E troppo spesso si vedono turisti in atteggiamenti sbagliati. A Colleville sur Mer riposano le spoglie di 9387 caduti americani; non è difficile incontrare qualcuno degli ultimi veterani rimasti. A ognuno di loro viene fatto dono della bandiera che sventola sul pennone del cimitero, ammainata ogni giorno con una commovente cerimonia alla fine della giornata. Il cimitero americano affaccia direttamente sulla spiaggia di Omaha ed è uno dei punti di riferimento nella cultura e nella storia a stelle e strisce.

Nell’entroterra invece, ossia tra Caen e Bayeux in località La Cambe, c’è il cimitero tedesco. Il cimitero dei vinti, a margine dell’autostrada Parigi Cherbourg. Croci nere, di granito, messe a terra, su cui sono incisi i nomi di due soldati. Lo visitano gli americani, meno i tedeschi che ancora non hanno fatto i conti col loro passato. Qualche ghirlanda di fiori, ma soprattutto un’atmosfera cupa, segnata dai nomi dei giovani morti per le folli idee di Hitler. La Cambe non ‘brilla’ come Colleville sur Mer, dove riposano gli eroi. E molto viene da pensare ai sacrari dei nostri soldati ugualmente vinti, o ai cimiteri di guerra italiani in Russia, cancellati subito dopo la guerra, arati, trasformati in terreno edificabile. Guai ai vinti disse Brenno dopo aver conquistato Roma.

I paracadutisti Usa: Carentan e St Mere Eglise

D-day, il monumento al maggiore Dick Winters della compagnia Easy 101 airborne

Il monumento a Dick Winters, comandante la compagnia Easy della 101^ airborne Usa

Il successo mondiale di Band of Brother, la serie tv prodotta da Tom Hanks e Steven Spielberg che racconta le gesta della compagnia Easy della 101^ divisione aviotrasportata Usa ha trasformato una battaglia storica in un’epopea mondiale. Così tra Carentan, Saint Marie Du Mont, Saint Mere Eglise e la strada verso la spiaggia di Utah, è possibile rivivere le gesta delle Aquile urlanti, del maggiore Winters e dei suoi uomini, opposti al 6° reggimento dei fallschirmjäger tedeschi schierati proprio in questo settore.

Interessante il museo al Dead men’s Corner a Saint Marie du Mont. Il museo è stato ricavato nella casa dove effettivamente il maggiore Von der Heydte, comandante dei «diavoli verdi» tedeschi aveva fissato il suo posto di comando avanzato con una infermeria volante. Dopo tre giorni di combattimenti, l’8 giugno, i tedeschi si ritirarono su Carentan, lasciando campo agli alleati che poterono seppellire il carrista ucciso sul suo mezzo proprio al margine dell’incrocio che da allora diventò un toponimo a ricordare questa storia. Il museo vale la pena, un po’ meno il simulatore del lancio con il C47 che trasforma troppo storia e sofferenza in un parco giochi. Per gli appassionati della militaria in questo sito è possibile trovare molti oggetti dell’epoca.

A St. Mere Eglise, si va solo per la chiesa. E non tanto per il parà appeso al campanile che ricorda il celebre Film del 1962 ‘Il giorno più lungo’ (dove per esigenze sceniche si mise in piedi il falso storico), ma soprattutto per le sue vetrate che ricordano la discesa dei paracadutisti. Da vedere anche  il Museo con uno degli immancabili carri Sherman che segnano un po’ ovunque il territorio. Per il resto troppi negozi di finto surplus militare che non sono il massimo.

Batteria costiera di Crisbeq a Saint Marcouf

D-day, la batteria costiera di Crisbeq a Saint Marcouf: il sistema dei bunker

I segni dei combattimenti  sui bunker di Crisbeq

Bunker, pezzi d’artiglieria, trincee con camminamenti. Un chiaro esempio di quello che nelle intenzioni tedesche avrebbe dovuto essere il Vallo Atlantico è possibile guardarlo alla batteria museo di Crisbeq. L’area è privata, acquistata e ristrutturata dai privati che hanno realizzato un museo a cielo aperto che vale comunque la pena visitare.

La batteria di Crisbecq, si trova vicino al villaggio francese di Saint-Marcouf (poco lontano da un altro complesso fortificato, che si trova ad Azeville). L’armamento principale era costituito da tre canoni cechi Skoda da 210 millimetri, due dei quali alloggiati in casematte fortificate fino a 10 piedi di cemento. La batteria, con un’autonomia di 27-33 chilometri (17-21 miglia), poteva coprire le spiagge di Utah e Omaha fino alla Pointe du Hoc. Il 6 giugno 1944, alle 5 del mattino, il comandante della batteria di Crisbecq fu il primo ad avvistare gli Alleati e la flotta di invasione attraverso il telemetro della batteria. Alle 5:55, la batteria prese di mira e cambiò fuoco con gli incrociatori americani USS Tuscaloosa e USS Quincy e la corazzata statunitense USS Nevada. Alle 6:30, i cannoni di Crisbeq avevano centrato e affondato il cacciatorpediniere US Corry.

I cannoni (tutti tranne uno) furono ridotti al silenzio dai colpi delle navi da guerra americane USS Texas e USS Arkansas. La guarnigione tuttavia resistette a lungo. L’8 giugno di fronte all’ennesimo attacco della fanteria Usa, il commissario della batteria di Crisbecq, Walter Ohmsen, ordinò alla batteria di Azeville di sparare sulla propria posizione con i suoi quattro cannoni da 105 mm per scacciarli. La mattina dell’11 giugno, le batterie e il suo staff avevano esaurito le munizioni e le attrezzature mediche per i feriti e tutte le armi erano fuori servizio. Nel pomeriggio, Walter Ohmsen ricevette una telefonata dal Konteradmiral Walter Hennecke, che lo istruì a fuggire con i sopravvissuti. Lasciati indietro 21 soldati tedeschi feriti e 126 prigionieri americani, Ohmsen e 78 uomini hanno sfondato l’accerchiamento americano e hanno raggiunto le linee tedesche ad Aumeville, a circa 8 chilometri di distanza.

Ci sono anche i memoriali delle grandi città. Musei a Caen e Bayeux che avendo tempo valgono comunque un passaggio. Ma a nostro avviso visti gli ‘imperdibili’, un’idea concreta di quello che è stato è sicuramente possibile farsela. Ogni sei giugno ci sono anche tanti rievocatori che da tutto il mondo partecipano con mezzi d’epoca alle commemorazioni. Per gli appassionati reenactor può essere un incentivo in più. (continua)

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Seconda guerra
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