Prigioniero nel deserto: il colonnello senza nome

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L’ufficiale senza nome. Fatto prigioniero nel ’42 dai commando inglesi, non se ne conosce il destino. Le uniche sue tracce sono 10 fotografie in bianco e nero, in possesso di un giornalista sudafricano, Shaun Smillie. Shaun è venuto in contatto con Armymag, e ha rivolto un appello alle autorità italiane che il nostro magazine raccoglie volentieri. Shaun vuole un aiuto per identificare questo ufficiale, trovare i suoi parenti per riconsegnare loro quelle foto.

«L’italiano con la spada, fissa noi Smillies con il suo sguardo severo da due generazioni. Si erge fiero nella sua uniforme con gli stivali alti al ginocchio. Il suo kepi taglia la faccia in un angolo, come era lo stile negli anni ’30»

 

Ma chi è? Il suo nome e il suo destino nascosti per quasi ottanta anni. Non vi è alcun nome scritto sul retro delle fotografie in bianco e nero. Che raccontano anche un’altra storia.

Una storia di guerra
«Quelle fotografie, dieci in tutto, sono un bottino di guerra per la nostra famiglia – mio nonno William Findlay Smillie ci ha raccontato di come, durante la seconda guerra mondiale, ha preso prigioniero questo ufficiale italiano. C’è stato un alterco. Nella rabbia lo ha spogliato di tutti i suoi beni, qualcosa che ha detto che non aveva mai fatto prima. Gli uomini fanno cose cattive in guerra. Crescendo e fissando quelle fotografie mi sono sempre chiesto chi fosse quell’ufficiale italiano. Fin da bambino mi sono sempre chiesto quale fosse l’identità di quest’uomo, se sia riuscito a sopravvivere alla guerra, a tornare a casa e farsi una famiglia. Di certo i suoi discendenti non hanno mai visto quelle immagini».

La reazione del soldato britannico fu scatenata da un atto di arroganza dell’italiano che si stava arrendendo.

«L’episodio che riguarda l’ufficiale italiano – racconta ancora il giornalista sudafricano – è avvenuto da qualche parte nel deserto occidentale, probabilmente nel 1942. L’uomo, un militare di carriera, forse maggiore forse colonnello, era stato costretto ad arrendersi a una unità dell’ottava armata britannica. Il soldato che fece un passo avanti per accettare quella resa era mio nonno William Findlay Smillie».

Quello che è successo dopo ha portato le immagini nella disponibilità della famiglia Smillie. L’ufficiale italiano non sembrava molto felice di doversi consegnare al nemico; di fronte al militare che lo stava facendo prigioniero ebbe uno scatto d’ira che avrebbe potuto costargli la vita: gli sputò in faccia. William Smillie fu preso dalla rabbia e reagì colpendo il suo avversario sul viso con il calcio del fucile; successivamente lo spogliò di tutti i suoi effetti personali tra cui le dieci fotografie.

«Quando ci raccontava quell’episodio – dice ancora Shaun Smillie – mio nonno non andava orgoglioso della sua reazione. Una reazione brutale ma purtroppo questa era la guerra; probabilmente pochi minuti prima lo stesso ufficiale italiano e i suoi uomini avevano tentato di uccidere i nemici che li stavano attaccando».

Dopo i fatti nel deserto William Findlay Smillie (nella foto accanto) ha continuato la guerra. Ha combattuto a El Alamein, poi ha inseguito Rommel attraverso la Libia e la Tunisia. La sua esperienza nel conflitto si è conclusa in Sicilia nel luglio 1943, quando il suo carro armato Sherman ha preso un colpo diretto da un micidiale cannone tedesco da 88mm. Il primo colpo è entrato nel vano motore e ha bloccato il tank, il secondo è arrivato diretto alla torretta. William fu l’unico sopravvissuto. Gravemente ferito, venne rimpatriato. E’ deceduto nel 1998, all’età di 80 anni.

Per quanto riguarda l’ufficiale italiano, tutto ciò che resta di lui è un’immagine su una serie di fotografie, il suo nome e la sua storia cancellato da un atto nel deserto.
Il desiderio di William Smillie era quello di dare giustizia al suo nemico, al quale aveva sottratto gli effetti personali. Un’eredità raccolta dal nipote.

L’appello
«Sto cercando da anni di dare un’identità a quell’ufficiale e scoprire quale sia stato il suo destino. Finora è stato un viaggio difficile. Quando la seconda guerra mondiale è scoppiata, mio ​​nonno pensava che sarebbe finita presto. Ecco perché quando si trovò di fronte alla scelta di prestare servizio in marina per cinque anni, rifiutò e scelse l’esercito. Egli credeva che la guerra sarebbe finita entro Natale. Forse se avesse saputo quello che stava per accadergli, avrebbe optato per quei cinque anni in mare aperto. Firmo per il Royal Tank Corps e fu mandato in Egitto per combattere nel deserto. Completò l’addestramento come pilota di carri, ma decise di offrirsi volontario per un reparto che presto ottenne una certa reputazione. Divenne uno dei membri del Long Range Desert Group o LRDG; un gruppo multinazionale di volontari che si muoveva centinaia di miglia dietro le linee nemiche in missioni di ricognizione e assalto. Al suo culmine l’LRDG contava solo circa 350 uomini. Hanno portato a termine molte azioni importanti, aiutando l’allora neo costituita Special Air Service (SAS) nei raid di commando in profondità nel territorio nemico. Mio nonno ci ha raccontato di aver preso parte anche a una operazione, denominata Flipper, ossia il tentativo posto in atto da LRDG, di assassinare il comandante dell’Afrika Korps generale Erwin Rommel. Ma lo persero. Non parlava molto delle sue esperienze di guerra, ho il sospetto ha assistito un sacco di eventi orribili. Ma sulla vicenda dell’ufficiale italiano raccontava invece spesso, con la curiosità di sapere chi fosse».

Le ipotesi dell’esperto
Shaun Smillie ha chiesto lumi sulle foto a un esperto sudafricano: Hamish Paterson, uno storico militare presso il Museo Nazionale di Storia Militare Ditsong. «Nelle foto l’ufficiale era appena stato nominato tenente. Dal numero uno sul suo kepi, l’esperto ha ipotizzato che l’ufficiale potesse essere stato assegnato al 1° reggimento di artiglieria divisionale come sottotenente. Il 1° reggimento artiglieria divisionale, faceva parte della XXII divisione di fanteria Cacciatori delle Alpi che prestarono servizio in Albania e Croazia. Non hanno mai combattuto in Africa occidentale, quindi con buona probabilità era stato trasferito in un altro reparto. Probabilmente il tenente era uscito dall’Accademia di Modena, per trascorrere due anni all’Accademia Militare di Artiglieria e Genio a Torino».

(c) riproduzione riservata

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Seconda guerra · Storia
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Comments to Prigioniero nel deserto: il colonnello senza nome

  • E’una cosa molto interessante, ma il megafono attuale in Italia è la trasmissione di RAI3 “Chi l’ha visto”, lì possono mostrare le foto ad un pubblico molto vasto, ripetutamente.
    Grazie.

    Biagio Bonini October 8, 2017 4:01 pm

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