Soldati italiani dell’Armir sepolti nella fossa comune di Kirov

9 months fa scritto da
img

Si scaverà la fossa comune di Kirov. I team italiani che seguiranno le operazioni insieme ad altri volontari internazionali sotto la supervisione russa, sono composti dalle associazioni Gotica Toscana Onlus di Scarperia e dal museo della seconda guerra mondiale di Felonica (Mantova). La città di Kirov è a quasi 1000 km ad est di Mosca, alle porte della Siberia; conta oltre 550.000 mila abitanti e ospita alcune importanti fabbriche fra le quali di armamenti.

Da poche settimane è tornata dalla Russia la delegazione del North Apennines Po Valley Park (www.napv.it) formata da Filippo Spadi e Marco Del Vita per Gotica Toscana Onlus di Scarperia (FI) e Simone Guidorzi e Kristian Civetta per il Museo della Seconda Guerra Mondiale del fiume Po di Felonica (MN). L’obiettivo del viaggio è stato  documentare e raccogliere informazioni, nonché verificare quanto sino ad ora conosciuto circa la fossa comune rinvenuta nel 2002, ma solo recentemente balzata agli onori della cronaca per via di presunti lavori edili nell’area. La fossa, o meglio le fosse, realizzate a ridosso della ferrovia vennero scavate per dare sepoltura alle migliaia di prigionieri di tutte le nazionalità belligeranti contro l’unione Sovietica (tedeschi, italiani, rumeni, ungheresi, belgi, francesi, norvegesi, ecc…) che perdevano la vita sui treni che dall’area di Stalingrado rientravano dopo aver trasportato munizioni e armamenti al fronte. Kirov infatti era una città industriale oltre il raggio d’azione dei bombardieri dell’Asse, nella quale si producevano armamenti e munizioni come i famosi lanciarazzi Katyusha, i mitra PPSH, i carri armati T34, spediti nell’inferno di Stalingrado via treno. Kirov rappresentava inoltre una importante retrovia dove vennero locati ospedali militari, sistemati nelle aree periferiche della città, per curare sia militari sovietici che prigionieri da avviare al lavoro, motivo per cui ad essi era comunque riservato un buon trattamento. Oggi i siti dove sorgevano gli ospedali sono riconoscibili grazie ai numerosi cippi dislocati in città in memoria dei deceduti. Il tifo, il gelo e la denutrizione mietevano numerose vittime tra i prigionieri durante il viaggio in treno, ed allora i deceduti venivano spostati dai vagoni da trasporto agli ultimi vagoni dei convogli. Questi erano sganciati in corrispondenza delle fosse dove i contadini russi provvedevano ad una rapida sepoltura per paura di epidemie.
La delegazione italiana ha incontrato il Sindaco della cittadina di periferia dove sorge il terreno delle fosse. Durante l’incontro le autorità hanno confermato che nessuna opera edile sarà realizzata sul sito. “In quei giorni a farci compagnia – ha detto Filippo Spadi – una simpatica signora russa di nome Galina che abitava proprio nella fattoria adiacente alle fosse. Grazie alla traduttrice che ci accompagna, ha ripercorso le vicende della costruzione della fosse fornendo dettagli inediti ed interessanti”. Se infatti quel tipo di sepoltura stupisce per estensione e numero di soldati inumati (se ne ipotizzano qualche migliaia), la delegazione italiana ha appreso informazioni circa la vita della città e dei prigionieri che vi furono fatti lavorare. È stato appurato che i prigionieri non destinati ai campi di prigionia o che si ristabilivano dopo la degenza, venivano impiegati nei lavori più faticosi come boscaioli, muratori e falegnami, attività in cui gli Italiani eccellevano. In diversi casi, per i motivi più disparati, i prigionieri trovarono nuove famiglie che li accolsero, rimanendo poi parte integrante di esse al punto di cambiare cognome e tacere la verità anche ai propri figli nati da queste unioni.

La delegazione ha visitato i luoghi delle fosse adiacenti alla ferrovia; la temperatura di -30 gradi non permetteva di restare per più di un’ora; tuttavia le condizioni non hanno impedito ai ricercatori italiani di accendere un lumino in ricordo dei morti proprio in corrispondenza di una delle fosse. Tra i primi resti ritrovati la scorsa estate anche quelli di un alpino della Julia, Giulio Lazzarotti, originario di Parma, caduto a 22 anni probabilmente proprio sul treno che lungo la transiberiana portava i prigionieri a Kirov.
Durante il soggiorno in terra Russa, la delegazione ha formalmente incontrato le autorità Russe locali al fine di ufficializzare tale ricerca e di presentare l’attività del NAPV. Grazie al lavoro svolto è venuta la possibilità per il NAPV di essere parte attiva nello scavo della fossa comune, scavo che si terrà durante i mesi del disgelo. Appare evidente che sia per la quantità ipotizzata di Caduti nelle fosse (diverse migliaia) che per la tipologia di terreno, lo scavo sarà tecnicamente complesso sin dall’inizio, per cui sarà necessario realizzare un cantiere di lavoro costituito da diversi Recovery Team provenienti da varie nazioni. Dall’Italia partiranno dal mese di Giugno squadre di volontari per collaborare a tale importante progetto. La  missione rappresenta per i musei del NAPV un’importante passo avanti per l’approfondimento della conoscenza della storia della Campagna di Russia, nonché una occasione irripetibile per i ricercatori di effettuare uno scavo così complesso assieme a colleghi di varie nazioni.

Shares 279
Article Tags:
Article Categories:
Seconda guerra · Storia
img

Comments are closed.

279 Shares
Share279
Tweet

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi